24d. Pianta del piano terra e sezione del vestibolo di ingresso.
Matita, inchiostro e acquerello su carta, mm 570 x 470
In mezzo al centro: Coupe du vestibule d’entrée du palais Farnèse sur la longueur. In basso al centro: Plan du Palais Farnèse / echelle de 12 toises.

Il cardinale Alessandro Farnese aveva acquisito nel 1495 alcune proprietà tra Campo de’ Fiori e il Tevere al fine di costruirvi la sua nuova dimora. Quando nel 1534 fu nominato papa con il nome di Paolo III, il suo palazzo, contraddistinto in origine da un cortile di 3 arcate per lato e da una facciata di 11 campate, si trovava ancora in fase di edificazione. Questo primo progetto, opera di Antonio da Sangallo il Giovane, era ispirato ai modelli di Bramante e Raffaello. La volontà di rendere ancora più prestigiosa la sua dimora spinse il papa ad ampliare notevolmente la costruzione. Incaricò quindi il suo architetto di progettare una facciata più grande (13 campate), un cortile più maestoso (5 arcate) e un articolato vestibolo al posto dell’angusto ingresso inizialmente previsto. Il palazzo sarebbe stato donato a figlio Pier Luigi, destinato ad acquisire i ducati di Castro e Nepi (1537) e di Parma (1545). Nel corso del 400 Palazzo Venezia e la Cancelleria avevano inaugurato la nuova “stagione” delle grandi dimore nobiliari: la residenza di Paolo III si inseriva in questa tendenza secondo la quale l’architettura aveva il compito di propagandare la gloria di un casaro. Sangallo costruì la facciata con materiale ricavato dalle rovine del Colosseo e del Teatro di Marcello. Con la morte dell’architetto (1546) si presentò il problema del completamento della costruzione. I caratteri della facciata erano stati comunque determinati: essa si presentava come una superficie neutra e bidimensionale di mattoni sulla quale spiccavano le cornici di pietra delle porte e delle finestre. Sangallo aveva basato il suo progetto sulla ripetizione modulare delle campate ottenendo un’equilibrata composizione nella quale le componenti verticali risultavano attenuate a favore di quelle orizzontali. La verticalità dei cantonali bugnati, posti agli angoli, veniva interrotta dai due marcapiani che fasciavano l’intero volume. Il vestibolo sangallesco d’ingresso al cortile costituisce uno spazio estremamente qualificato dal punto di vista architettonico: la pianta di tipo basilicale è formata da una navata principale, coperta da una volta a botte cassettonata, e da due navate laterali più strette, separate da antiche colonne di granito provenienti dalle Terme di Caracalla. Per dare nuovo impulso al cantiere Paolo III incaricò Michelangelo di proseguire i lavori, portando a termine prima di tutto la facciata e posticipando in una seconda fase la costruzione delle ali laterali e del fronte posteriore. In base a questo programma egli disegnò un nuovo cornicione, aumentò l’altezza del secondo piano e trasformò la finestra centrale in una loggia architravata, retta da colonne di verde antico e sormontata da uno stemma dalle forme plastiche monumentali. Una volta definita la configurazione della facciata, Michelangelo, coadiuvato dal Vignola al quale aveva attribuito il quarto lato del palazzo verso il Tevere con la galleria che sarà affrescata dai Carracci, progettò il cortile con 3 ordini ispirati al Teatro di Marcello. Nel 1573 al Vignola subentrò Giacomo della Porta, autore dell’armoniosa loggia affacciata sui giardini. Q. rappresenta la pianta del piano terra in due disegni pressoché uguali, con la differenza che solo in uno (24b) è rappresentato il sedile marmoreo che corre per l’intera lunghezza della facciata. La presenza di questo arredo, del tutto insolito a Roma, pone in relazione l’edificio con esempi di ambito fiorentino come il Palazzo Medici Riccardi. La planimetria, con la sua armoniosa concatenazione di ambienti al piano terra (primo vestibolo, porticato, scalone d’onore, cortile, secondo vestibolo e giardino con affaccio su via Giulia), doveva costituire per Q. un perfetto modello di distribuzione spaziale. Tra i disegni realizzati da Q. i due elaborati 24c e 24d formavano originariamente un’unica tavola, intitolata Palazzo Farnese a Roma, nella quale era rappresentato il monumentale vestibolo d’ingresso in due sezioni verticali, una longitudinale e un’altra verticale. Q. non si limita in questo caso a una semplice restituzione grafica di tipo lineare, come quelle di Letarouilly, ma conferisce al disegno, grazie alla tecnica dell’acquerello, una particolare e vibrante “”atmosfera” interna. Lo spazio basilicale acquisisce profondità per la presenza di ombre e chiaroscuri. (C. I.)